• Luogo: Chiostro di Santa Caterina a Formiello / Museo Nazionale Archeologico, NAPOLI Nazionale di Napoli
  • Data: 18 gennaio - 30 aprile 2020
  • Artisti: Nicola Samorì
  • Black Square - Testo di Nicola Samorì: Impudica e disinteressata alla conservazione pedante, Napoli esprime il rispetto più grande che il corpo di una città possa portare a se stesso: farsi cammino cannibale, nutrendosi della sua stessa sostanza per rigenerarsi, senza sensi di colpa. A ogni graffio rimosso sembra sostituirsi un nuovo segno. L’intera città è come un fossile in movimento, un cortocircuito cronologico ispirato al suo monumento naturale più incombente: il Vesuvio. Il vulcano, infatti, non ha tempo; è un pozzo preistorico che domina l’immaginazione e la paura di chi gli vive accanto. Al centro del chiostro sarà collocata una scultura monumentale di cinque metri di altezza, Drummer, cresciuta come gli obelischi napoletani, per addizione di elementi eterogenei. Nella parte bassa, che termina con un treppiede, si riconoscono le forme di un candelabro barocco le cui volute stilizzate, man mano che la forma si slancia verso l’alto, diventano sempre più frenetiche e realistiche, alludendo ai movimenti del fogliame di un broccolo romanesco disseccato. Su questa base ornamentale affonda i piedi un colosso ispirato a un piccolo avorio intagliato dallo scultore tedesco Joachim Henne nel 1670/80 e custodito al Victoria and Albert Museum di Londra, la Morte come batterista, una figura scheletrica dal corpo simile a una clessidra. Il modello antico è stato interamente rimodellato in cera e, attraverso un lungo processo di calchi e di riconversioni in materiali instabili e facilmente deformabili, il corpo è diventato il ricettacolo dei traumi subiti dalla materia, di mancanze, di crepe, di ustioni e di lesioni che culminano nell’assenza della testa, al posto della quale si apre una grande voragine - come la bocca di un vulcano - dentro la quale si perdono i lembi del mantello. L’intera scultura è ricoperta di lapilli vulcanici. Ai piedi di questa chimera, compendio del Vesuvio, del barocco napoletano e dell’idea di “monumento della superstizione”, si allarga un vasto quadrato nero composto - come il colosso - da lapilli, un deposito di polveri che disegnano una geometria suprematista ai piedi dell’obelisco, ripetendo il perimetro della gabbia borbonica lignea che campeggia all’interno del chiostro. Il quadrato nero è uno spazio destinato alla trasformazione, alla degenerazione della geometria di partenza (come accaduto con le foglie del broccolo romanesco, forma frattale che degenera nel processo di essicazione e al modello della scultura monumentale che, attraverso il processo del calco, si è fessurato in modo imprevedibile) in seguito al calpestio dei visitatori che lo attraverseranno corrompendone l’integrità. Su questo lembo di spiaggia nera sono disseminate migliaia di teste in gres, dello stesso colore dei lapilli, che si spargono come conchiglie sulla sabbia, una sorta di risarcimento della mancanza di cui soffre il colosso acefalo. Una sola testa recisa assume proporzioni reali e prende le distanze dal tappeto vulcanico: è una testa di San Gennaro, in onice traslucido messicano, fissata su una base dello stesso materiale e posizionata in modo da evidenziare la ferita in essa contenuta, una macchia scura del minerale che coincide con un geode interno alla pietra, come se la lacerazione si fosse cauterizzata mineralizzandosi. Le teste ci riportano alle decapitazioni di San Gennaro, Desiderio, Festo, Sossio, Procolo, Eutiche e Acuzio, secondo il mito avvenute presso il Forum Vulcani. C’è proprio il Vesuvio alla base della diffusione del culto di San Gennaro, un legame che risale all’eruzione del 1631, una delle più disastrose, quando la lava lambì la città arrestandosi a Porta Capuana − a due passi da Made in Cloister − al cospetto del Santo portato in processione. Drummer fronteggia due dipinti realizzati a olio e zolfo sul rame. I dipinti rappresentano due santi, uno tratto da José de Ribera (San Paolo Eremita) e l’altro dal suo allievo Luca Giordano (San Bartolomeo scorticato). Le pitture su rame sono incastonate nelle finestre cieche di una delle pareti del chiostro, e come occhi lacrimano pigmento, lunghi filamenti di pittura a olio staccati dal supporto in rame con il bulino e lasciati scivolare a terra. Il dialogo che si instaura tra il muro e i due dipinti attiva il principio della pareidolia, cosicché le due finte finestre appaiono come occhi che grondano colore, pigmento che sembra rivestire il San Paolo Eremita come un indumento di frasche e che sgorga come sangue dal corpo appeso di San Bartolomeo. Nel lato del chiostro contiguo alla parete che ospita i due rami sono collocati sei affreschi derivati da una medesima fonte − un Marsia appeso a un albero tratto dall’omonima scultura conservata nei Musei Capitolini di Roma − sottoposta a sei strappi consecutivi che consentono di entrare fin nelle profondità dell’intonaco e nel corpo dell’immagine, dalla pellicola pittorica più superficiale allo strato segreto della preparazione: un impasto di calce e di polvere vesuviana che imprigiona le pennellate, strappate con l’applicazione di colla animale e pezze di lino. Leon Battista Alberti scrive: “la natura si diverte a fare la pittrice”, e la natura è sempre latrice di immagini che possono collegare il mondo organico a quello inorganico. È quanto accade nella sequenza di piccoli dipinti su onice che completano la mostra, oli che accerchiano ferite coincidenti con i geodi delle pietre, cavità spontanee che diventano, di volta in volta, il collo reciso di San Gennaro, la piaga sul costato di Cristo o le ferite lasciate dalle frecce sul corpo di San Sebastiano. Il geode è una cavità interna di una roccia, rivestita di cristalli, che si forma da una massa di magma il cui raffreddamento non omogeneo e molto lento permette ai minerali di disporsi ordinatamente secondo il reticolo cristallino. Potremmo definirlo come un tarlo della pietra, partito da un granello che si moltiplica creando uno spazio interno progressivamente sempre più grande. È la traccia di una forza creativa e distruttiva al contempo, che agisce fuori dalla storia e che entra in quella dell’uomo solo attraverso la frattura. Tutti i lavori in mostra parlano della trasformazione della materia, rivelano il potenziale della decadenza e l’energia primigenia della creazione, della degenerazione e della rigenerazione.